Vita da papà

La mia giornata tipica da papà single

Di mammenellarete
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17 Novembre 2016
Mio figlio Davide vuole le favole di Gregor Samsa che si trasforma in vattelapesca cosa. Denti, pigiamia, pannolino per star sicuri, ma ancora per poco eh. Lo racconto e chiudo gli occhi, lui anche. Sono le 22.12. Tardi? Può darsi. Però vederlo dormire è il “più grande spettacolo dopo il Big Bang”. Questa è la nostra serata. Vi racconto invece la giornata tipica di un papà single.

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Venghino signori venghino, ecco il gran circo delle giornate di Sharingdaddy dove se c’è una cosa che va come deve andare si fa festa un’ora perché è senza dubbio l’unica. Insomma, come passa le giornate sharingdaddy? Sveglia alle 6.30 con occhi cisposi, caccole al naso, borse sotto gli occhi marca “Sansonite – Le belle valigie che durano”.

 

La prima mezz’ora è atta alla riconnessione col mondo e al farsi passare la malinconia per quella notte da sogno con Charlize Theron interrotta troppo presto dalla realtà. La sveglia gracchia la canzone “I hate” di Passenger e come al solito i primi passi sono malfermi. Poi? 30 minuti cronometrati col primo caffè, ma anche giornali sul tablet, twitter, facebook e vattelapesca cos’altro prima di svegliare il… mostriciattolo.

 

E lì parte la musica, partono i baci, le lamentele perché non si spiccia a bere il latte, le lotte per vestirlo, le mutande in testa e i calzoni infilati con due gambe da una sola parte, i calzini spaiati, le dita nel naso (“Non mettere le dita nel naso, cribbio!” “Ma papà lo fai anche tu!” “Ehm”), lo zainetto degli Avengers, la corsa alla macchina, i maledetti cartoni su Netflix e via verso la scuola.

 

Arrivo talmente in ritardo che sbatto come una falena contro la porta chiusa molto spesso, dimenandomi senza senso mentre il mostriciattolo ride. Sono già sudato e puzzo perché nel turbine della mattina una volta su due mi dimentico di mettere il deodorante, ma quando mi aprono impietosite, le bidelle mi sorridono perché ormai non sanno più cosa dire.

 

Passo davanti a due maestre dalle quali mi farei volentieri coccolare io e alle quali Davide (il marmocchio) piace un casino (una mi fa letteralmente impazzire, ma quando penso di dirglielo mi si azzera la salivazione e mi si felpa la lingua), Lo faccio sciorinando il mio più plastico sorrisino e via verso la classe. Ciabatte messe al volo, bacino, “Ci vediamo dopo”, “Papà ti sei dimenticato questo, questo e questo”, “Si tesoro ok”.

 

Dopo le scuse reiterate, multiple e carpiate, alle maestre via: si va verso la giornata da freelance tra consulenze varie e assortite e videomaking per pizzerie cinesi (si fa per dire). Poi scatta il terrore, con un anticipo impressionante. Il pupo fa il doposcuola e io stacco, fuggo, saluto, vado, mi smaterializzo molto prima del previsto per la paura di lasciarlo là, di dimenticarmelo in qualche modo.

 

Per cui quando arrivo, sempre due nanosecondi prima che mi sbattano il portone in faccia e murino mio figlio vivo (sto scherzando, cribbio!), sono ancora più puzzolente rispetto al mattino, devastato da una folle corsa e la maestra che mi piace molto mi guarda con uno sguardo misto tra la compassione e il raccapriccio. Lui? Festa, un cinque della miseria, salti e balli e si va verso l’ultima parte del pomeriggio.

 

Ora che le giornate si accorciano quando ci rivediamo è già buio e viene una gran voglia di stare a casa, quando non si va a cercare in qualche supermarket l’ultimo megapopz dell’ultima collezione che devasta la vita e il portafoglio dei genitori. La cena è un atto da fare insieme. Un secondo (pesce o carne), la verdura (sempre), un po’ di frutta, un dolcetto. A quel punto lui guarda i cartoni, io guardo lui che guarda i cartoni, metto i vestiti a stendere, lavo i piatti, preparo le operazioni notturne. Si scivola verso la notte, occhi piccoli, collo che tira.

 

Davide vuole le favole di Gregor Samsa che si trasforma in vattelapesca cosa. Denti, pigiamia, pannolino per star sicuri, ma ancora per poco eh. Io racconto e chiudo gli occhi, lui anche. Sono le 22.12. Tardi? Può darsi. Però vederlo dormire è il “più grande spettacolo dopo il Big Bang”.

 

di Francesco Facchini 

 

Sull'autore

 

Francesco Facchini |

 

Francesco Facchini, papà part time di professione, campo di scrittura su qualsiasi mezzo (dai tovaglioli dei ristoranti al web) e di immagini (spesso della mia fantasia). "Sono convinto di tre cose: mi pagassero un euro a errore che commetto sarei milionario, le migliori risate che faccio sono quelle su di me e l'elefante si può mangiare, ma soltanto a pezzettini. Il mio sito personale è www.francescofacchini.it".

 

 

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