Allattamento al seno

Sentirsi mamma a metà perché non si può allattare

Di Lucia Carluccio
seno

15 Settembre 2015 | Aggiornato il 05 Luglio 2017
Eleonora non vuole dire il nome della sua malattia perché se ne vergogna. A causa di quella malattia non può allattare Tommaso, il suo bambino e si porta la sensazione di essere mamma a metà, mamma inadeguata. Finché una notte fa un sogno ...

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Era all’ottavo mese di gravidanza. Ormai il pancione le compariva con tutta la sua maestosità davanti agli occhi. Il bambino scalciava, spesso vedeva spuntare la forma delle mani e del piedino. Lei, tra non molto, le avrebbe strette quelle mani, e baciato quel piedino. Rimaneva seduta pensosa. Immaginava il visino che avrebbe osservato simile al suo, le gote calde sulle quali avrebbe posato le guance, l’odore del collo sudaticcio appena sveglio il mattino. Lei lo avrebbe amato; lei già lo amava.

 

Ma un pensiero fisso e penetrante come un chiodo sul muro le martellava nella mente e si insinuava tra i pensieri morbidi e leggeri come acqua viscida e sporca pronta ad inquinare tutto. Cercava di scacciarlo, ma il pensiero era presente, prepotente, possente. Troppo grande per la sua anima innocente.

 

Eleonora aveva 32 anni. Una malattia con la quale aveva lottato prima della gravidanza, e ancor più durante la gestazione. Perché prima aveva lottato per sé, ora doveva lottare anche per la creatura dolce e bella e buona che portava nel suo grembo. Eleonora non vuole dire il nome della sua malattia, perché se ne vergogna. E non lo diceva a nessuno neanche allora, mentre il pancione cresceva e lei voleva sentirsi una mamma come le altre.

 

Il pensiero insistente gigante e penetrante le diceva: "Tu non potrai allattare il tuo bambino, tu non sei una buona madre già dall’inizio!". Si, Eleonora non avrebbe potuto allattare il suo bambino. Il suo bambino non lo avrebbe nutrito.

 

Urla atroci, si susseguivano quasi rincorrendosi, respiri profondi, affanni. Tutto nero, poi tutto blu, Eleonora con gli occhi chiusi vedeva mille colori, e le grida dell’ostetrica, e le parole del dottore, e dolore e tanto dolore, la sensazione di non farcela, e lui, il suo bimbo che spingeva e faceva male, lui il suo bimbo che esplodeva perché voleva venire alla luce, in lei, con lei, e lei troppo debole per farlo nascere ma consapevole che solo lei, proprio lei poteva, e allora lei spinse, lei gridò, lei spinse, lei gridò, come fosse l’ultima cosa che faceva, come fosse la prima cosa che poteva finalmente così forte e chiara….

 

"La testa! Si vede la testa!", gridò l’ostetrica, una donna bassa e grassottella dal sorriso pieno e rassicurante. "La testa", si ripetè Eleonora. "Se c'è la testa allora lui è lì, se c'è la testa ce la sto facendo. lui, il mio bambino". E urlò, urlò, ancora una volta e…. Poi un pianto, un bellissimo pianto nel quale scomparve tutto il suo dolore.

 

Lui nacque, le venne posato tra le braccia e lei lo strinse forte a sé, in quell’abbraccio creò un nido sicuro, caldo, profumato dove niente e nessuno avrebbe potuto fargli male. Lo avrebbe chiamato Tommaso.

 

"Come lo chiama?"

"Tommaso", lei rispose.

"Tommaso", si disse. Tommaso come un fiore. Tommaso come il mare. Tommaso al di là d’ogni dolore. Tommaso la musica che oltrepassa il rumore. Tommaso. Era tutto lindo e puro mentre era stesa nel letto dell’ospedale e lo teneva tra le sue braccia. Il chiaro che percepiva intorno e nell’anima sapeva di serenità e sicurezza, sapeva di latte, era bianco come il latte.

 

Il latte… Una mamma accanto a lei attaccò al seno il suo neonato, era una bambina. Entrambe avevano l’espressione dell’appagamento. Contemporaneamente entrò l’infermiera, prese Tommaso, si sedette e lo attaccò al biberon. Eleonora provò un disagio grande, osservò la durezza della plastica della tettarella rispetto alla morbidezza del seno della madre accanto a lei. Tettarella dura e fredda. Seno, capezzolo caldo e morbido.. nutriente. Qualche secondo e un’altra infermiera le diede da prendere due pastiglie. L’avrebbero aiutata a perdere il suo latte.

 

Eleonora corse in bagno con le lacrime agli occhi. Si chiuse alle spalle la porta a chiave. Lo specchio di fronte. Il suo bel viso riflesso, il senso di inadeguatezza stampatole in volto. Si toccò il seno, era pieno di latte. Tanto bel latte per il suo piccolo Tommaso, quella malattia che la rendeva così inutile, così incapace di nutrire il suo cucciolo come tutte le altre mamme. Per rendere tutto bianco come il latte, bianco come il pane, bianco come il profumo di mamma che nutre ogni suo piccolo. E invece lei così inutile, così colpevole di una tale privazione.

 

"Eppure lei non priva di niente il suo bambino", le avevano detto. Lei sapeva che avevano ragione, ma perché non ci credeva? Perché questo senso di colpevolezza la pervadeva? Perché?

 

Ingoiò le due pastiglie. Fu come una violenza mandare via il suo latte. Lo sentiva come un dono, come “il simbolo della maternità”. Ma così doveva essere. Così fu. Suo figlio non avrebbe mai bevuto dal suo seno.

 

Tornò in camera. Tommaso sazio dormiva nella culletta (a dir la verità sembrava soddisfatto).

 

Entrò la terza mamma che occupava la camera, Violetta era il suo nome. Una donna sulla quarantina, bionda, dall’aria allegra. Attaccò subito bottone con Eleonora (che proprio non aveva voglia di parlare e che l’ascoltava passivamente) e ad un certo punto le disse, appena il suo bambino iniziò a piangere: "Ah ecco, ha fame. Chiamo l’infermiera che porta il biberon".

 

Eleonora la guardò e di colpo disse: "Ah, non allatti?" e la bionda rispose con un sorriso ironico: "Allattare? Ma scherzi? Non mi rovino mica le tette! Poi fra pochissimo devo ricominciare a lavorare, e non posso tenerlo attaccato tutto il giorno!" E poi, osservando il viso sbigottito di Eleonora continuò: "Cresce lo stesso eh?! Che ti credi? Non dare retta a quello che dicono, con 'sti anticorpi! Cresce lo stesso bene!".

 

L’infermiera arrivò, diede il latte al bimbo e la bionda si stese sul lettino e tranquilla si mise a dormire. Eleonora passò una mezz’ora a riflettere e pensare… "Chi aveva ragione? Non era forse lei esagerata? O lo era invece quella bionda che avrebbe potuto allattarlo e invece aveva pensato egoisticamente alle sue comodità? O forse la cosa giusta era nel mezzo?". Con questi pensieri si addormentò anche lei.

 

Passarono i giorni. Ormai erano a casa. Il seno di Eleonora non era più duro e dolorante. Il latte era andato via. Tommaso beveva e cresceva bene. Sembrava sereno e soddisfatto.

 

Eppure in lei restava quella sensazione di essere “mamma a metà”. Quella sensazione non la perdeva, nemmeno quando razionalmente capiva di aver fatto la scelta giusta.

 

Eh si, capì di aver fatto la scelta giusta dopo un incontro individuale con un’esperta alla quale era stata mandata dal medico di base e dal pediatra. Uscì da quell’incontro convinta di non essere una cattiva madre, non avrebbe potuto fare altrimenti.

 

Quell’incontro le chiarì molte cose: sicuramente con l’allattamento artificiale si priva il bambino di quelle difese immunitarie che fornisce l’allattamento al seno, ma si sa di bambini allattati artificialmente che comunque si ammalano molto di rado rispetto a bambini allattati al seno che si ammalano più frequentemente, quindi non è detto. In più l’allattamento artificiale può favorire la partecipazione non esclusiva della madre ma anche di altri membri della famiglia. Si riduce la durata e la frequenza della poppata e si porta il bambino sin da subito a seguire degli orari più o meno regolari.

 

Inoltre scegliere l’allattamento artificiale porta più facilmente il bambino a dormire tutta la notte, anziché ad avere risvegli frequenti. Il fatto è che per Eleonora non era stata una scelta. Aveva dovuto.

 

E le era sempre mancata quell’intimità che, ne era convinta, solo l’attaccamento al suo seno avrebbe potuto creare. Una notte fece un sogno: c’era il suo bambino sospeso nell’aria e contenuto in un bianco intensissimo luminoso e al tempo stesso caldo e rassicurante. Il suo bambino la guardava, le sorrideva, con gli occhi le diceva che beveva tutto il bianco del suo latte in ogni suo abbraccio, in ogni sua carezza, in ogni suo bacio, in ogni suo respiro.

 

Il suo bambino le diceva che aveva avvertito il profumo del suo latte in quello della sua pelle, in quello del suo odore, in quello della sua voce. Il suo bambino le diceva che l’aveva nutrito in ogni tocco d’amore, in ogni sorriso, in ogni sguardo. Tommaso la guardava e la rassicurava. "Mamma non ti preoccupare, sei perfetta così".

 

Eleonora si svegliò. Lui le dormiva accanto. Qualche secondo e si svegliò pure lui, la guardò e le sorrise gioioso. Ormai aveva tre mesi e i sorrisi erano sempre più frequenti. Eleonora, per la prima volta dalla sua nascita, pianse, ma di gioia.

 

Bianco come il latte sapeva non solo quel suo latte che era andato via togliendo d’ogni abbondanza il suo seno; bianco come il latte era anche tutto il suo sentimento d’amore per il suo Tommaso. Eleonora non si sentì più “mamma a metà”, perché l’altra metà era stata colmata e ricomposta dalla risposta del suo piccolo.

 

Lui si sentiva amato e gli bastava. Ed ora bianco come il latte è l’amore che unisce questa mamma e questo bambino stretti l’uno all’altra.

 

Tommaso ora ha quattro anni, cresce sano, sereno e vivace. Eleonora è incinta. Aspetta una bambina. Anche lei sarà allattata artificialmente, ma per Eleonora non è più un problema.

 

"Mamme, non sentitevi in colpa e inadeguate se non potete allattare al seno il vostro bambino. Il vostro amore gli basterà, il vostro amore bianco come il latte".

 

(Storia scritta da Lucia e ispirata a un evento reale)

Lucia Carluccio è studiosa dell’universo infantile e mamma di due bambini. Insegna e vive in provincia di Milano.

 

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